Il 9° Rapporto della Fondazione GIMBE fotografa un Servizio sanitario nazionale che riceve più fondi, ma perde terreno rispetto alla ricchezza del Paese. Per il triennio 2027–2029 si apre un divario di 32,3 miliardi. Intanto quasi sei milioni di persone rinunciano a visite ed esami.
ROMA, 22 ottobre 2026 – La sanità italiana riceve più finanziamenti rispetto al passato, ma una parte crescente dei cittadini incontra difficoltà a ottenere visite, esami e prestazioni nei tempi necessari. È una contraddizione che emerge dal 9° Rapporto della Fondazione GIMBE, presentato il 7 ottobre alla Camera dei Deputati, e che pone una questione concreta: quanto valgono gli stanziamenti annunciati se poi il Servizio sanitario nazionale fatica a rispondere ai bisogni di salute?
Secondo l’analisi della Fondazione, tra il 2023 e il 2026 sono mancati all’appello 18,8 miliardi di euro rispetto alle risorse che sarebbero state disponibili mantenendo costante la percentuale di ricchezza nazionale destinata al Fondo sanitario nel 2022.
Non si tratta di denaro materialmente sottratto alla sanità. Il Fondo sanitario nazionale è cresciuto, passando da 125,4 miliardi nel 2022 a 142,9 miliardi nel 2026. Ma la sua incidenza sul prodotto interno lordo è diminuita, dal 6,27% del 2022 al 6,14% previsto per il 2026, dopo essere rimasta intorno al 6% negli anni intermedi.
È questa la dinamica definita da GIMBE come quella dei tagli invisibili: non una riduzione nominale dei finanziamenti, ma un investimento inferiore rispetto a quello che si sarebbe ottenuto conservando la quota di PIL destinata in precedenza alla sanità.
I miliardi aumentano, ma non basta leggere le cifre
Il finanziamento pubblico deve essere confrontato anche con l’aumento dei prezzi, l’invecchiamento della popolazione e il costo delle nuove tecnologie.
La Fondazione evidenzia che, tra il 2010 e il 2026, il Fondo sanitario è cresciuto nominalmente di 37,5 miliardi. Una volta considerata l’inflazione generale, tuttavia, il valore reale del finanziamento del 2026 risulta sostanzialmente tornato ai livelli del 2010.
Nel frattempo è cambiata la domanda di assistenza. Una popolazione più anziana richiede maggiori interventi per patologie croniche, controlli periodici, farmaci e servizi territoriali. Le innovazioni diagnostiche e terapeutiche offrono possibilità importanti, ma richiedono personale preparato, attrezzature e risorse per renderle disponibili.
Il rapporto GIMBE tra finanziamento e PIL rappresenta un criterio per valutare le scelte di spesa pubblica. Non indica, da solo, quale debba essere il livello ottimale di finanziamento: per stabilirlo servono anche valutazioni sui bisogni, sull’efficienza e sui risultati dell’assistenza.
Il Governo, attraverso la legge di bilancio 2026, ha previsto ulteriori risorse per il Fondo sanitario e misure dedicate alla prevenzione. Resta però aperto il confronto sull’adeguatezza complessiva dei finanziamenti rispetto alle necessità del sistema.
Il prossimo triennio: un divario stimato di 32,3 miliardi
Il dato che guarda al futuro riguarda gli anni dal 2027 al 2029.
Secondo GIMBE, confrontando le previsioni di spesa sanitaria del Documento programmatico di finanza pubblica con le risorse previste per il Fondo sanitario nazionale, emerge un divario cumulativo di 32,3 miliardi di euro.
La differenza stimata è di 7,6 miliardi nel 2027, 10,7 miliardi nel 2028 e 14 miliardi nel 2029.
Non significa che siano già stati deliberati tagli di questo importo, né che esistano oggi 32,3 miliardi di prestazioni non finanziate. È una proiezione costruita sul confronto tra due grandezze della programmazione sanitaria, che segnala un possibile problema di copertura finanziaria.
La Fondazione avverte che, senza ulteriori risorse o interventi correttivi, le Regioni potrebbero trovarsi a dover sostenere una quota maggiore dei costi, con conseguenze sui bilanci e sull’organizzazione dei servizi.
La questione coinvolge quindi Stato e amministrazioni regionali, chiamati a garantire l’erogazione dei Livelli essenziali di assistenza, cioè le prestazioni che il Servizio sanitario nazionale deve assicurare ai cittadini.
Quasi sei milioni di persone rinunciano a curarsi
È nella vita quotidiana che le difficoltà diventano più evidenti.
Nel 2024, secondo i dati riportati da GIMBE, oltre 5,8 milioni di persone hanno dichiarato di aver rinunciato ad almeno una visita o a un esame. Rappresentano il 9,9% della popolazione, contro il 7,6% registrato nel 2023.
Circa quattro milioni hanno indicato i lunghi tempi d’attesa e 3,1 milioni motivi economici. I gruppi non devono essere sommati, perché una stessa persona può aver segnalato entrambe le cause.
Dietro questi numeri c’è un problema che non si risolve considerando soltanto quante prestazioni siano formalmente previste dal sistema pubblico.
Un esame può essere garantito, ma diventare difficilmente accessibile quando i tempi disponibili non sono compatibili con le necessità cliniche. Un controllo può essere prescritto, ma non essere eseguito quando la persona non riesce a sostenerne il costo nel settore privato.
Nel 2025, inoltre, la spesa sanitaria sostenuta direttamente dalle famiglie ha raggiunto 42,4 miliardi di euro, secondo il rapporto. Si tratta di una cifra che comprende diverse categorie di acquisti e prestazioni e non coincide interamente con spese dovute a carenze del servizio pubblico.
Il dato, insieme alle rinunce alle cure, conferma comunque l’importanza di valutare quanto il sistema riesca a proteggere economicamente le persone che hanno bisogno di assistenza.
Medici e infermieri: senza personale i finanziamenti non diventano cure
La sostenibilità del Servizio sanitario nazionale non dipende soltanto dai fondi disponibili.
Secondo l’analisi GIMBE, nel 2025 la spesa per il personale dipendente e convenzionato è stata di 52,2 miliardi, ma la sua incidenza sulla spesa sanitaria pubblica è scesa dal 39,7% del 2012 al 36,9%.
Anche in questo caso il rapporto calcola uno scostamento rispetto a uno scenario di riferimento: mantenendo invariata l’incidenza del 2012, tra il 2012 e il 2025 sarebbero stati destinati al personale 36,8 miliardi aggiuntivi.
Il problema non riguarda soltanto il numero complessivo dei medici presenti nel Paese. Riguarda la capacità del servizio pubblico di attrarre professionisti, distribuirli dove servono e garantire condizioni di lavoro sostenibili.
La Fondazione stima una carenza di 5.716 medici di medicina generale rispetto al parametro adottato nell’analisi.
Per gli infermieri, il confronto internazionale indica 6,9 professionisti ogni mille abitanti in Italia, contro una media OCSE di 9,7.
Sono differenze che possono incidere sulla continuità assistenziale, sull’organizzazione degli ospedali e sulla possibilità di rafforzare i servizi territoriali.
La sanità italiana conserva qualità, ma deve renderla accessibile
Il Rapporto GIMBE riconosce che il Servizio sanitario nazionale continua a garantire risultati importanti, tra cui un’elevata aspettativa di vita e una mortalità evitabile relativamente contenuta.
È un elemento che merita di essere ricordato, perché racconta anche la qualità del lavoro svolto ogni giorno da medici, infermieri e dagli altri professionisti sanitari.
La difficoltà sta nel garantire che questa qualità sia accessibile in maniera tempestiva e uniforme, indipendentemente dal reddito e dal luogo di residenza.
Lo dimostra anche il monitoraggio dei Livelli essenziali di assistenza: nel 2024 risultavano adempienti 18 tra Regioni e Province autonome su 21, contro 13 nel 2023. Nello stesso anno, però, è aumentata la percentuale di cittadini che hanno rinunciato a visite o esami.
Due risultati che possono coesistere perché misurano aspetti diversi: il rispetto degli indicatori di assistenza e l’esperienza concreta di accesso alle prestazioni.
La Fondazione propone un piano di rilancio articolato in 16 linee di intervento, che comprendono finanziamento, personale, prevenzione, assistenza territoriale, riduzione delle inefficienze e maggiore trasparenza dei risultati.
Il prossimo passaggio sarà verificare come gli stanziamenti e le scelte organizzative si tradurranno in servizi effettivamente disponibili.
Per i cittadini il finanziamento della sanità non è una questione astratta. Significa poter prenotare una visita nei tempi corretti, trovare un medico, ricevere una diagnosi e affrontare una malattia senza che il costo delle cure diventi un ulteriore problema.
È su questa capacità di risposta, oltre che sulle cifre di bilancio, che si misurerà la tenuta del Servizio sanitario nazionale.

