Il Sumai chiede nuove regole per utilizzare gli specialisti anche nei reparti ospedalieri. Previsti 4,8 miliardi di risparmi in dieci anni, ma restano da chiarire le tutele dei professionisti e gli effetti sui servizi.

Il modo di lavorare negli ospedali italiani potrebbe cambiare. Il Sumai Assoprof propone di coprire i posti vacanti non soltanto assumendo medici dipendenti, ma anche attraverso contratti di convenzione. L’obiettivo è garantire personale alle strutture sanitarie e ridurre i costi per il Servizio sanitario nazionale.

La proposta è stata presentata dal segretario generale Antonio Magi durante il 58° Congresso nazionale del sindacato, che si è svolto a Roma dal 18 al 21 ottobre 2026.

Secondo i calcoli del Sumai, il nuovo sistema potrebbe consentire un risparmio di 4,8 miliardi di euro tra il 2027 e il 2036. Si tratta però di una stima elaborata dal sindacato, non ancora verificata e approvata dalla Ragioneria generale dello Stato. Quotidiano Sanità+1

Come funzionerebbe il doppio canale

Oggi gli ospedali pubblici utilizzano principalmente medici dipendenti per coprire i posti previsti negli organici.

Con il nuovo modello, quando un posto diventa vacante, le Regioni e le aziende sanitarie potrebbero scegliere tra l’assunzione di un dipendente e il ricorso a uno specialista convenzionato.

Gli incarichi potrebbero prevedere 12, 24 oppure 38 ore settimanali, in base alle necessità della struttura.

Il progetto comprende anche un contratto nazionale unico per la specialistica convenzionata, con regole specifiche per chi lavora negli ospedali e per chi opera sul territorio.

Gli specialisti potrebbero quindi svolgere attività nei reparti, nei pronto soccorso, nelle sale operatorie e nei servizi diagnostici, secondo modalità ancora da definire.

Per i medici già in servizio non sono previsti cambiamenti automatici del contratto. Quotidiano Sanità+1

Quanto costerebbero i medici convenzionati

Uno degli aspetti principali della proposta riguarda la spesa per il personale.

Secondo le simulazioni del Sumai, il costo orario di uno specialista convenzionato sarebbe compreso tra circa 47 e 58 euro, mentre quello di un medico dipendente arriverebbe a circa 63 euro.

Il ricorso ai medici a gettone potrebbe invece costare fino a 85 euro l’ora nei pronto soccorso.

Il sindacato ritiene che la differenza permetterebbe di risparmiare risorse da destinare a nuove assunzioni, stipendi, riduzione delle liste d’attesa e assistenza territoriale.

Resta però un aspetto da chiarire: il minor costo della convenzione dipende anche dalle differenze nelle tutele rispetto al lavoro dipendente. Per questo sarà necessario valutare non soltanto la spesa oraria, ma anche le condizioni di lavoro, la copertura dei turni e le responsabilità professionali.

La carenza di personale e i dati del Ministero

La proposta arriva mentre il Servizio sanitario nazionale deve affrontare il ricambio del personale e le difficoltà nel coprire alcune specializzazioni.

Secondo il rapporto del Ministero della Salute pubblicato nell’agosto 2026, nel 2024 lavoravano nel sistema sanitario italiano 116.672 medici. Di questi, 107.657 erano dipendenti a tempo indeterminato nelle strutture pubbliche considerate dalla rilevazione.

Nello stesso anno sono state registrate 58.311 assunzioni e 47.238 cessazioni nel personale sanitario. Il numero dei dipendenti a tempo indeterminato è aumentato dell’1,6% rispetto al 2023.

Questo significa che il personale complessivo è cresciuto, ma non che tutte le strutture riescano a trovare i professionisti necessari.

A confermare le difficoltà future è anche uno studio della Banca d’Italia, pubblicato nel dicembre 2025. Secondo l’analisi, entro il 2032 circa un quarto dei medici del Servizio sanitario nazionale in servizio alla fine del 2022 raggiungerà il pensionamento.

Il problema riguarda anche la distribuzione dei professionisti, che non è uniforme tra le diverse aree del Paese.

Convenzioni e lavoro stabile: quali garanzie per i medici?

Il doppio canale potrebbe offrire agli ospedali uno strumento in più per trovare specialisti. Ma la possibilità di utilizzare personale convenzionato apre anche alcune questioni.

La prima riguarda la stabilità del lavoro. Occorrerà capire quali tutele saranno riconosciute ai professionisti, come verranno organizzati i turni e quali garanzie avranno in caso di malattia, maternità o interruzione dell’incarico.

La seconda riguarda i pazienti. In un reparto ospedaliero non basta coprire le ore di servizio: servono continuità nelle cure, collaborazione tra colleghi e una chiara distribuzione delle responsabilità.

Un contratto meno costoso, da solo, non dimostra che l’assistenza sarà migliore. Allo stesso tempo, una forma di convenzione ben regolata potrebbe aiutare le strutture che oggi incontrano difficoltà nel reclutamento.

La differenza dipenderà dalle regole e dalla loro applicazione.

La decisione passa dalla legge di Bilancio 2027

Per rendere possibile il doppio canale, il Sumai chiede un intervento normativo nella legge di Bilancio 2027.

Al momento si tratta quindi di una proposta sindacale, non di una riforma già approvata.

Restano da definire le modalità di reclutamento, le tutele dei medici convenzionati, l’organizzazione delle attività ospedaliere e il controllo degli eventuali risparmi.

C’è poi una questione decisiva: le risorse risparmiate rimarranno davvero nella sanità pubblica?

Il Sumai chiede che vengano reinvestite nel personale e nei servizi. Perché questo avvenga, però, serviranno regole precise.

La proposta apre così un confronto che riguarda medici, Regioni, aziende sanitarie e cittadini. La vera sfida non sarà soltanto spendere meno, ma garantire agli ospedali il personale necessario senza ridurre la qualità dell’assistenza.

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