La crisi dell’emergenza-urgenza italiana è diventata strutturale. Secondo le indagini della Società italiana di medicina d’emergenza-urgenza, negli ospedali mancano almeno 3.500 medici e numerose strutture lavorano con meno della metà dell’organico necessario.

I pronto soccorso italiani stanno perdendo medici e in numerosi ospedali gli organici non sono più sufficienti per garantire tutti i turni con personale dipendente del Servizio sanitario nazionale.

Secondo un’indagine nazionale della Società italiana di medicina d’emergenza-urgenza, nei pronto soccorso italiani mancano almeno 3.500 medici. Il personale strutturato copre soltanto il 62% del fabbisogno complessivo, mentre una parte delle attività viene affidata a liberi professionisti, cooperative e medici in formazione specialistica. Nonostante questi interventi, circa un turno su sei rimane completamente scoperto.

La carenza non riguarda soltanto il numero dei professionisti disponibili. Turni notturni, sovraffollamento, responsabilità elevate, aggressioni e difficoltà organizzative rendono la medicina d’emergenza-urgenza una delle aree meno attrattive del sistema sanitario.

Un pronto soccorso su quattro rischia di lavorare con meno della metà dei medici

Una successiva rilevazione SIMEU, condotta il 18 e 19 novembre 2025 su circa 50 strutture rappresentative del 12% dei pronto soccorso italiani, ha delineato un quadro ancora più preoccupante.

Il campione comprendeva ospedali che nel 2024 avevano registrato complessivamente oltre 2,3 milioni di accessi. Secondo le previsioni raccolte, nel gennaio 2026 il 26% dei pronto soccorso avrebbe avuto una copertura inferiore alla metà dell’organico medico necessario. Un altro 39% avrebbe lavorato con una dotazione compresa tra il 50 e il 75% del fabbisogno.

Soltanto il 31% delle strutture prevedeva una copertura superiore al 75%. Il pieno raggiungimento dell’organico previsto restava quindi lontano per la grande maggioranza degli ospedali coinvolti.

Le difficoltà maggiori nei piccoli ospedali e nei DEA di primo livello

La carenza di medici è particolarmente grave nei pronto soccorso periferici e nei Dipartimenti di emergenza e accettazione di primo livello, dove in alcuni casi il deficit supera il 50%.

Queste strutture devono garantire assistenza continua nelle 24 ore, affrontando contemporaneamente l’aumento degli accessi, la presenza di pazienti anziani con più patologie e le difficoltà nel trasferimento verso i reparti ospedalieri.

Quando mancano posti letto, infatti, i pazienti già visitati rimangono per molte ore all’interno del pronto soccorso. Il personale dell’emergenza deve così continuare ad assisterli, sottraendo risorse alla gestione dei nuovi arrivi.

Burnout e turni pesanti spingono i medici lontano dall’emergenza

La crisi degli organici alimenta il burnout dei medici di pronto soccorso. Chi rimane in servizio è costretto frequentemente a sostenere turni aggiuntivi, notti, festività e un carico assistenziale superiore a quello programmato.

Anaao Assomed ha collegato direttamente la carenza di personale alla crescita dell’esaurimento professionale. Durante il periodo estivo, secondo il sindacato, le assenze possono aggravare di un ulteriore 20% la mancanza strutturale di medici negli ospedali, mentre alcuni professionisti incontrano difficoltà persino a utilizzare regolarmente le ferie.

Il burnout non è quindi soltanto un problema personale. Può provocare assenze, riduzione dell’attività, dimissioni e trasferimenti verso settori considerati più sostenibili.

Meno medici rimangono in pronto soccorso, più pesanti diventano i turni per chi continua a lavorare. Si crea così un circolo vizioso che rende ancora meno attrattiva la disciplina.

Medicina d’emergenza poco scelta dai giovani

La difficoltà nel sostituire i professionisti che lasciano il servizio emerge anche dai concorsi e dalle scuole di specializzazione.

Nel 2024 una quota molto elevata dei posti disponibili nelle scuole di Medicina d’emergenza-urgenza è rimasta non assegnata. Secondo i dati riportati dalla stampa di settore, il 74,9% dei contratti messi a disposizione non sarebbe stato coperto.

Il dato mostra che la crisi non può essere risolta soltanto aumentando il numero complessivo dei laureati in Medicina. È necessario rendere il lavoro nei pronto soccorso maggiormente sostenibile, garantendo formazione, sicurezza, progressione professionale e condizioni economiche adeguate alle responsabilità.

Cooperative e gettonisti non risolvono il problema strutturale

Per coprire i turni, numerose aziende sanitarie hanno fatto ricorso negli ultimi anni a cooperative, contratti libero-professionali e cosiddetti medici gettonisti.

Queste soluzioni possono garantire temporaneamente la presenza di un professionista, ma non sostituiscono un organico stabile e adeguatamente formato. La continuità assistenziale richiede infatti medici inseriti nell’organizzazione ospedaliera, capaci di lavorare in squadra e di conoscere procedure, reparti e percorsi territoriali.

L’indagine SIMEU evidenzia che solo il 62% del fabbisogno viene coperto da medici dipendenti del Servizio sanitario nazionale. Il resto deve essere compensato attraverso personale esterno o specializzandi, senza riuscire comunque a evitare tutti i turni scoperti.

Sovraffollamento e attese aumentano la pressione sui professionisti

La carenza di personale si intreccia con il sovraffollamento dei pronto soccorso.

Molti accessi derivano dalle difficoltà della medicina territoriale, dalla mancanza di servizi disponibili durante la notte e nei giorni festivi e dall’impossibilità di ottenere rapidamente visite ed esami attraverso i normali percorsi ambulatoriali.

Il pronto soccorso diventa così il punto di accesso utilizzato anche per problemi che potrebbero essere gestiti altrove, mentre deve contemporaneamente rispondere alle emergenze reali.

Aumentano inoltre gli interventi legati al disagio psichico, alle violenze e alle fragilità sociali. Le strutture si trovano quindi ad affrontare bisogni sempre più complessi, che richiederebbero équipe multidisciplinari e un collegamento più efficace con i servizi territoriali.

La crisi dei pronto soccorso riguarda la sicurezza dei cittadini

La mancanza di medici non rappresenta soltanto un problema sindacale o organizzativo.

Un organico insufficiente può determinare tempi di attesa più lunghi, maggiore pressione sugli operatori, difficoltà nel garantire la presenza contemporanea di tutte le competenze necessarie e un aumento del rischio clinico.

La medicina d’emergenza deve intervenire rapidamente su infarti, ictus, traumi, insufficienze respiratorie e altre condizioni nelle quali anche pochi minuti possono modificare la prognosi del paziente.

Per questo la tenuta dei pronto soccorso riguarda direttamente la sicurezza dei cittadini e la capacità del Servizio sanitario nazionale di garantire cure urgenti senza differenze territoriali.

SIMEU chiede una riforma dell’intera rete dell’emergenza-urgenza

La Società italiana di medicina d’emergenza-urgenza ritiene necessaria una riforma strutturale del sistema.

Tra gli interventi indispensabili rientrano il rafforzamento degli organici, una migliore programmazione delle specializzazioni, la valorizzazione economica e professionale del lavoro in emergenza e una maggiore integrazione tra ospedale e territorio.

Occorre inoltre ridurre il sovraffollamento, velocizzare il ricovero dei pazienti già stabilizzati e garantire servizi alternativi per i casi non urgenti.

Senza interventi coordinati, il rischio è che alcuni pronto soccorso continuino a funzionare grazie agli straordinari, alla disponibilità individuale dei professionisti e a soluzioni temporanee.

La crisi dell’emergenza-urgenza italiana non nasce oggi e non dipende da un’unica causa. I dati, però, mostrano che il tempo delle risposte provvisorie sta finendo: proteggere chi lavora nei pronto soccorso significa proteggere il diritto dei cittadini a ricevere assistenza tempestiva e sicura.

IA utilizzata come assistenza redazionale; testo verificato, modificato e approvato dal direttore.

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